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11 Maggio 2021 - Anno B

Martedì - 6° settimana di di Pasqua

COMMENTO AL VANGELO


At 16,22-34; Sal 137; Gv 16,5-11


Dal Vangelo secondo Giovanni (16,5-11)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato”.

Parola del Signore.

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“Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada” (16,7).

Il Figlio di Dio sta per tornare al Padre. Dalle sue parole si potrebbe dedurre che la missione sulla terra è terminata, ma non è così. Gesù non abbandona l’umanità, ma è necessario che torni al Padre per inviare lo Spirito che completerà l’opera da lui iniziata.

È immediata la reazione dei suoi discepoli che ancora una volta, anziché fidarsi di lui e magari chiedere spiegazioni per dissipare le tenebre che opprimono i loro cuori, entrano in depressione.

Le parole d’addio non piacciono a nessuno ma sono inevitabili quando si desidera preparare le persone che si amano. Gesù ama i suoi e li prepara alla necessaria separazione, annuncia che sarà dolorosa ma anche salutare.

Proviamo a immaginare il contesto. Il Maestro sta per lasciarli attraverso eventi che ancora non si conoscono ma tutto fa pensare ad un pericolo imminente. Come se non bastasse, annuncia ai discepoli che incontreranno persecuzioni, non mi pare una prospettiva allettante! Gli apostoli si sentono abbandonati a loro stessi: il Maestro, che fino a quel momento era stato il loro TUTTO, gli annuncia che sta per lasciarli per sempre.

Hanno la netta impressione di trovarsi a mani vuote, si sentono persi e falliti: la maggiore parte della gente li ha abbandonati, è rimasto solo un piccolo gruppo, non hanno alcuna organizzazione, non hanno raggiunto nessun obiettivo, i capi religiosi accusano il Nazareno di eresia, i potenti lo guardano con indifferenza o disprezzo. Insomma, tutto si conclude miseramente. Le promesse degli inizi non si sono realizzate.

In una tale situazione è facile dare spazio allo scoraggiamento. E invece Gesù lascia intravedere un futuro luminoso e annuncia che la sua partenza (cioè la sua prossima morte) rappresenta un bene.

Belle parole, avranno pensato i discepoli, ma lontane anni luce dalla realtà. Il Maestro sta vaneggiando! Qualcuno, sia pure con rispetto, avrà pensato che, come al solito, Gesù è l’idealista che non sta con i piedi per terra. Ed ora cosa faranno?

Capita anche a noi. Quando ci troviamo immersi nella tempesta vediamo solo le onde minacciose che mettono a rischio la nostra vita e i nostri progetti. Non sappiamo andare oltre, non siamo capaci di vivere la prova come un’opportunità per maturare una fede più convinta.

Eppure, sono il dolore e la prova che ci rendono capaci di volare in alto per raggiungere vette inimmaginabili da dove guardare le realtà della terra che appaiono come insignificanti puntini neri. È da quelle vette che nulla potrà più farci paura.

Quando si parla del dolore e delle prove della vita mi piace pensare all’ostrica e alle perle.

Una perla, lo sappiamo bene, ha un valore inestimabile.

Ma sapete cos’è in realtà una perla? Una perla non è altro che il prodotto di un’ostrica che è stata ferita da un granello di sabbia che è entrato al suo interno.

Nella parte interna dell’ostrica si trova una sostanza chiamata “madreperla” e quando un granello di sabbia penetra nell’ostrica, essa lo ricopre per proteggersi. Un’ostrica che non è stata ferita non può produrre perle!

Questo non significa che dobbiamo a tutti i costi soffrire per avere un valore, soffrire non è mai un’esperienza piacevole, anzi… Tuttavia, in tutte le sofferenze che ci colpiscono, c’è una parte che porta con sé un enorme potenziale di rinnovamento, di trasformazione e di arricchimento.

Se ripensiamo al nostro percorso di vita, ci rendiamo conto che sono state proprio le prove più difficili e dolorose a smuovere qualcosa in noi, a portarci a fare delle scelte, a crescere, maturare, a tirare fuori risorse insospettabili, a trasformarci, a cambiare.

I discepoli vivono proprio questo cambiamento. La morte del Maestro li ferisce profondamente, li fa cadere nel terrore e scivolare negli abissi profondi, ma quando arriverà lo Spirito Santo ritroveranno la forza di rialzarsi ed annunciare al mondo l’amore ricevuto.

Il processo dell’ostrica e della perla è lo stesso processo che vivono i discepoli: la sabbia che entra nel loro cuore e li ferisce si chiama passione e morte di Gesù, la perla preziosa che ne deriva è la loro conversione che li renderà capaci di portare a termine la missione ricevuta: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,9-20). Ma la trasformazione della sabbia (dolore) in perla avverrà grazie all’intervento della madreperla che è la potenza dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo e ci abita.

È questa madreperla che dobbiamo chiedere con tutto il cuore e che Gesù desidera effondere con rinnovata potenza su di noi, in modo speciale, nel giorno di Pentecoste!