CLICCA QUI PER LEGGERE IL VANGELO

Commento al Vangelo, 20 Febbraio 2020 -Tempo Ordinario 6° settimana

Gc 2,1-9; Sal 33; Mc 8,27-33

Gesù insiste con l’interrogatorio ed oggi più che mai pone una domanda difficile ai suoi.

Egli approfitta di un viaggio insieme alla sua comunità fuori della terra santa, in una regione sirofenicia e pagana, per chiedere ai discepoli la propria opinione su di lui. È Gesù stesso a interrogarli, nei dintorni di Cesarea di Filippo (la città che porta il nome di Cesare, il potente dominatore di questo mondo!). Probabilmente per metterli a proprio agio intesse un discorso a mò di chiacchierata tra amici: «La gente, chi dice che io sia?». Possiamo dire che fa un giro largo per raggiungere il cuore dei discepoli.

I discepoli sono bene informati perché tanti che non riuscivano ad avvicinare Gesù chiacchieravano con loro. Non dimentichiamo che Gesù era l’eroina del momento!

I discepoli, cominciano a riferire a Gesù i vari pareri. L’opinione più diffusa: la gente pensa che egli sia un uomo autorevole, un profeta, forse il Battista suo maestro ucciso da Erode e risuscitato; oppure lo Elia, il profeta degli ultimi tempi. In ogni caso, è percepito come un profeta.

Dopo averli ascoltati Gesù comprende che è giunto il tempo di porgergli la domanda che più gli sta a cuore: “E voi, ciascuno di voi, … tu chi dici che io sia?”. Gesù desidera che i discepoli interroghino il proprio cuore e scoprano se anche loro seguono l’opinione comune.

Anche a noi oggi pone la stessa domanda. Per il mondo Gesù è semplicemente un’invenzione dei poveri, dei deboli; per alcuni è un personaggio storico realmente esistito che era capace di plagiare la gente e convincerli della sua divinità. Per pochi, troppo pochi, Gesù è Dio!

Se così non fosse il mondo in cui viviamo avrebbe valori diversi. Se il mondo credesse davvero che Gesù è Dio non avrebbe mai votato per l’aborto, per l’eutanasia. Non si penserebbe nemmeno lontanamente alla “dolce morte”! 

Se per il mondo Gesù fosse Dio l’unica legge sarebbe l’amore e non un amore qualsiasi, ma l’Amore capace di dare la vita. 

Certamente tra i discepoli gli stessi Dodici non la pensavano tutti allo stesso modo. Per Marco è però importante la dichiarazione di Pietro, colui che tra i Dodici occupava il primo posto.

È lui – e non a nome di tutti, o come portavoce, ma personalmente – a proclamare: “Tu sei il Cristo, il Messia!”. 

Pietro per un attimo riceve una luce che non viene da lui e comprende che Gesù è più di un profeta, è l’inviato di Dio, è il figlio di Dio, è Dio stesso. 

Nel vangelo di Marco questa confessione è accolta da Gesù nel silenzio e con l’imposizione del silenzio. I discepoli non sono ancora pronti perché non sono coscienti di ciò che Pietro ha proclamato.

 Appena Pietro finisce di parlare Marco sembra cambiare scena. Parte il secondo atto:

E cominciò a insegnare” [ērxato didáskein]. (8,31).

Siamo portati a sottolineare solo il secondo verbo, insegnare, è bene invece porre l’accento sul primo, cominciò. Non si tratta semplicemente di un elemento introduttivo, come una colonna che porta la luce (tutti guardano alla luce, non alla colonna). Il verbo greco [árcho] significa essere il principale, condurre, governare e dunque indica chi è all’origine e quindi chi ha autorità. Da questo verbo deriva il vocabolo archē che significa inizio, origine.

È Gesù che comincia perché è Lui la guida, è sua la Parola decisiva. In questa luce trova il suo valore anche il secondo verbo che conferma e avvalora il ruolo della guida: insegnare.

Credere significa riconoscere l’autorità di Gesù e dargli la libertà di indicarci la strada della vita anche quando non ci piace, quando non vorremmo percorrerla per nessun motivo.

Starai pensando: facile dirlo, più difficile metterlo in pratica.

Pietro ascolta con attenzione, come tutti gli altri. Le parole di Gesù appaiono fin troppe chiare ma assurde. Pietro non può fare a meno di intervenire. D’altra parte, da ciò che ci racconta Matteo circa questo episodio, Pietro ha appena ottenuto il diploma di plenipotenziario, di futuro capo della Chiesa (cfr Mt 16,17-19).

L’evangelista dice che Pietro: “si mise a rimproverarlo” [ērxato epitimân autō] (8,32). Marco utilizza lo stesso verbo e la stessa espressione che poco prima ha usato per Gesù. Sta dicendo che Pietro si mise ad insegnare a Gesù con autorità. Il contrasto è netto: Pietro prende il posto di Gesù, si mette accanto a Lui, anzi pretende di insegnare al posto suo. C’è anche un altro contrasto: Gesù parla a tutti apertamente [parrēsía]; Pietro invece prende da parte Gesù, non vuole fargli fare una brutta figura.

Quanto c’è di Pietro in noi?

Quante volte pretendiamo di insegnare a Dio a fare Dio? Tutti i nostri perché difronte alle prove della vita che non comprendiamo ci fanno ergere a maestri di Dio. Perché la morte di quella persona? Perché quella malattia? Perché…?

Perché io e te non siamo Dio e non guardiamo le cose dall’alto!

Questo Vangelo suscita una domanda: chi ha il diritto e il dovere di cominciare? Non possiamo fare a turno né tantomeno a sorteggio. Gesù deve avere la prima e l’ultima parola. Siamo e restiamo discepoli.

È questo il senso delle parole durissime che Gesù rivolge all’apostolo: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (8,33). Quando ci vuole… ci vuole.

Non possiamo camminare davanti a Gesù pretendendo di tracciargli la strada perché noi non conosciamo i profondi abissi nascosti tra l’asfalto. L’abisso peggiore è quello che ci fa precipitare nel regno delle tenebre di cui noi uomini sembriamo essere innamorati.

Le parole di Gesù non smascherano pubblicamente il tentativo di Pietro di assumere il governo della comunità. E tuttavia, Gesù non allontana Pietro con sdegno, come appariva nella precedente traduzione (lungi da me), gli dice semplicemente di stare dietro, cioè di rimanere un umile discepolo. È questo che Gesù chiede oggi a noi: “Non tentare di passarmi avanti perché solo io conosco la strada. Lo dico perchè ti amo!”.