LITURGIA DEL GIORNO Mt 18,12-14

Commento al Vangelo, Martedì 10 Dicembre- I Avvento

                                   

Commento al Vangelo, Martedì II Avvento

Is 40,1-11; Sal 96; Mt 18,12-14

Che ve ne pare, se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti per andare in cerca di quella smarrita?

La risposta qual è? No. Non si abbandonano novantanove pecore per salvarne una, se no le perdi tutte e novantanove. Quindi è un Pastore che ha poco buon senso questo. Dio non brilla per buon senso e la parabola è raccontata apposta per dire proprio la cura che ha Dio per il singolo. Vien da pensare una cosa: se non ha acquistato buon senso Dio, la situazione è disperata perché non lo acquisterà più, è dall’eternità che è così! È interessante non dice: Se una pecora si smarrisce, ma è Lui che la perde. È Lui interessato, magari l’altro non sa neanche d’essere perso: sono a brucare dove voglio io!.

Notate: c’è il termine smarrirsi e la pecora smarrita, presto o tardi si perde. Da noi forse di meno perché erba e acqua ne trova, ma nel deserto se non c’è il pastore, la pecora non trova l’acqua ed è morta. Quindi è questione di vita o di morte essere trovata o meno. È in gioco la vita di uno, ma non perché sia morto, perché si è perso, si è smarrito.

Capita a tutti presto o tardi di smarrirsi. Chi di noi non si è mai smarrito? Chi è sempre sulla strada giusta? Se laddove io sono smarrito, l’altro mi condanna, io sono perduto. Se laddove sono smarrito, l’altro mi è vicino, io sono guadagnato. Quindi noi abbiamo potere di vita e di morte sul fratello smarrito e presto o tardi siamo tutti smarriti, dipende dal nostro atteggiamento. Se lo smarrimento è il luogo dove ne approfitto per dominare su di lui, l’ho già ucciso. Se, invece, lo smarrimento è il luogo di cura, della ricerca allora guadagno il fratello che non si perde e guadagno me stesso come figlio, perché sono come il Figlio che salva ciò che è perduto; sono come il Padre che non vuole perdere nessuno.

Questa parabola circolava già in ambiente giudaico con una variante: che se il pastore perdeva una pecora, andava a cercarla, dopo aver messo le altre al sicuro con il custode, e trovatala, le rompeva la gamba, così imparava a non perdersi e poi la riportava a casa. Qui, invece, non rompe la gamba: va a cercarla. È bello allora il vedere che, dove uno è smarrito, è il luogo dove uno non è abbandonato, ma è cercato dal Padre.

Mi ha colpito e sottolineo il fatto che il soggetto dello smarrire non è la pecora che si smarrisce, ma è quest’uomo, il pastore. Paradossalmente, in qualche modo alle parole di Gesù par di capire che Lui si assuma una certa responsabilità. Perché la pecora è pecora, forse anche un animale un po' sciocchino, non brilla per sapienza, non brilla per intuizione, non è astuta, non è una volpe. E allora se si perde, se si smarrisce la pecora, la responsabilità è del pastore. Per cui dice: Se un uomo ha cento pecore e lui ne smarrisce una… si assume la responsabilità, è un po’ colpa sua. Non è un modo di dire: è colpa di Dio quando sbagliamo noi. Ha portato le nostre colpe sulla Croce, è più che un modo di dire, non vuole che siamo in colpa noi. Dice: È colpa mia, non ho fatto abbastanza. Se ne assume se non la colpa, il costo, lo paga.

Scusate, ancora su questo: non è che allora i nostri smarrimenti, come poi anche i nostri peccati, non sono più i luoghi di perdizione, ma lo smarrimento è il luogo di cura e di ricerca. Il peccato è il luogo di perdono. Allora proprio dove siamo deboli e fragili, lì è il luogo dove sperimentiamo una accettazione, un amore più profondo ed è dove poi possiamo amare di più, perché abbiamo sperimentato più accettazione e più amore. È proprio la nostra piccolezza e il nostro smarrimento il fondamento della nostra crescita: l’accettare questo, in noi e fuori di noi. E se uno non fa questo, perde sé e perde l’altro.

Se gli riesce di trovarla, amen vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non aveva smarrito. Ecco, prima si dice: Se gli riesce di trovarla

.

C’è sotto proprio l’affanno della ricerca e la gioia dell’averla trovata. E poi si sottolinea che si rallegra di più per quella che per le altre. Perché? Credo per molti motivi: il primo motivo che mi è chiaro è che Dio vede in ogni perduto il Figlio Suo unico che si è perduto per tutti, quindi in ogni ultimo, in ogni smarrito, in ogni peccatore il Padre vede Cristo che sulla croce si è fatto maledizione e peccato per noi e che sulla terra si è fatto ultimo di tutti e ha detto:

Quando fate una di queste cose a uno di questi piccoli, l’avete fatta a me.

Nell’ultimo e nello smarrito vediamo il Figlio, allora capisco la gioia del Padre che trova il Figlio e anche la gioia del credente che trova il suo Signore, il suo tesoro. È proprio simile questa parabola a colui che trova il tesoro e pieno di gioia lascia tutto il resto pur di aver e ritrovare quello che si era perduto.

Chi ama ha trovato gioia. Dio ci ama e prova infinita gioia nell’amarci, nel cercarci, nel trovarci. Il suo è un amore che sa rischiare e si compromette fino alle estreme conseguenze, fino a morire per noi. Possiamo esserci andati a mettere nella situazione più sbagliata e contraddittoria al mondo, ma Lui non si arrenderà mai nel venirci a cercare e a prenderci.

Sembra un paradosso ma per essere ritrovati bisogna perdersi. Lasciamoci ritrovare in questo Avvento.